lunedì 30 maggio 2011

The Tree of Life

L'ansia da capolavoro



The Tree of Life racconta la storia di una famiglia americana degli anni Cinquanta, che diventa metafora della vita e dei suoi misteri. Difficile dire di più di una trama che non si concentra tanto sulla vicenda narrata quanto sui rapporti tra i personaggi, sui loro sentimenti e sul loro rapporto con il mondo che li circonda. Un rapporto fatto di sfide, di scoperte, di una continua tensione tra aggressività e dolcezza, tra senso di esclusione e panteismo. Questa lotta interiore viene rappresentata dal padre e dalla madre, che diventano incarnazione di due diversi modi di vivere e di rapportarsi con il prossimo.

Malick racconta la sua storia attraverso immagini di una bellezza quasi sconcertante, limitando al minimo l'uso della parola senza per questo annoiare lo spettatore. La storia coinvolge, cattura e commuove, ed è certamente uno dei più alti esempi di cinema degli ultimi anni.
L'ambizione, tuttavia, fa brutti scherzi, e porta il regista a voler strafare: i primi venti minuti di film, una sorta di storia del cosmo e della Terra, sono del tutto slegati dal resto della trama, così come gli ultimi cinque. Le immagini, pur bellissime, non raggiungono il cuore dello spettatore e non aggiungono nulla alla quasi perfezione della trama principale. Malick si ispira dichiaratamente al Kubrick di 2001 - Odissea nello spazio ma l'operazione fallisce in modo abbastanza evidente: il tema del film di Kubrick si prestava infatti perfettamente all'introduzione "didascalica" sulla storia del mondo, mentre il film di Malick, che ha la sua forza nei sentimenti e nella poesia di situazioni e immagini, non offre alcun appiglio per le sequenze iniziali, che finiscono per sembrare un esercizio di videoarte.

Ben diversa sorte ha invece la metafora del quasi-finale, sorta di spiaggia delle anime sulla scorta di quella dell' Hereafter di Eastwood, in cui tempo e spazio cessano di esistere e tutto si concentra in un unico momento, in un unico punto dell'universo.
Gli attori protagonisti offrono un'ottima performance, anche se a brillare sono soprattutto i bambini, naturali ed incredibilmente veri.
Sotto il punto di vista tecnico il film è impeccabile: montaggio e fotografia si combinano alla perfezione e regalano momenti di pura estasi visiva, che la bellissima musica trasforma in un'esperienza multisensoriale.

Malick realizza un film eccezionale, che finisce però per rovinare per troppa ambizione ed eccessivo perfezionismo. Tutte le emozioni trasmesse dalla storia vengono quasi annullate dalle sequenze iniziali e finali, puro esercizio di tecnica, senz'anima e senza sentimento. Alcuni momenti restano nel cuore, e la sensazione è che se il film fosse stato girato più "d'istinto" e meno "di testa" avremmo veramente potuto parlare di capolavoro. Peccato, davvero.

***1/2

Pier

sabato 28 maggio 2011

101 Frasi - #5


"Mi spiace. Ma io so' io. E voi nun siete un cazzo."

Film: Il marchese del grillo
Attore/attrice: Alberto Sordi


Livello di memorabilità: *****

Perchè è memorabile: perchè è LA frase da dire quando si vuole darsi importanza. Perchè è arrogante, pecoreccia, terribilmente divertente.

Frase segnalata da: Fiero63

domenica 22 maggio 2011

Pirati dei Caraibi - Oltre i confini del mare

Uno Jack Sparrow in ripresa



Jack Sparrow è sulle tracce della fonte della giovinezza, nascosta ai confini estremi del mondo. Purtroppo per lui alla fonte sono interessati anche Barbanera, il più terribile pirata dei sette mari, e sua figlia Angelica, vecchia fiamma abbandonata di Jack, esperta come lui in inganni e menzogne.
A loro si aggiunge Barbosa, divenuto corsaro per la corona britannica e anch'egli ufficialmente sulle tracce della fonte, ma in realtà in cerca di vendetta.

Il nuovo capitolo della saga de I Pirati dei Caraibi riparte con energie nuove: fuori Gore Verbinski, Keira Knightley e (finalmente) Orlando Bloom, dentro Rob Marshall, Penelope Cruz, Barbanera e un ruolo accresciuto per capitan Barbosa.
Il vero protagonista rimane comunque lui, Jack Sparrow, con la sua andatura ciondolante e la sua inesauribile parlantina, pirata pop-rock ispirato a Keith Richards, che offre un altro breve cameo nella parte di suo padre.

L'iniezione di forze nuove sembra rinvigorire Jack/Johnny Depp e restituisce spirito e brio a una saga che, dopo un ottimo esordio, era calata di tono con il secondo e soprattutto con il terribile e imperdonabile terzo capitolo.
Le scene d'azione ci sono ma sono limitate, e viene lasciato ampio spazio alla descrizione dei personaggi, sia vecchi che nuovi. Penelope Cruz convince ma non entusiasma, mentre risulta ottima la prova di Ian McShane, che regala un Barbanera ispirato e convincente, crudele ma anche ironico nei momenti giusti. Su tutti spiccano Johnny Depp ma soprattutto Geoffrey Rush, cui il nuovo capitolo dona maggiore spazio che sfrutta nel modo giusto, risultando il personaggio più interessante del film.

Oltre i confini del mare è forse il miglior film della saga dopo il primo episodio, e recupera quell'ironia e quel gusto per il dialogo e per i personaggi che erano andati persi nei film precedenti. Memore dell'esperienza precedente, tuttavia, non saprei se augurarmi nuovi capitoli, anche se la solita immancabile scena dopo i titoli di coda li lascia presagire.

***

Pier

domenica 15 maggio 2011

Red

Sotto le stelle poco o niente



Frank Moses, un agente della CIA in pensione, viene inspiegabilmente attaccato nella casa dove vive da un commando deciso a uccidero. Scampato all'agguato, mette in salvo la ragazza che ama, finita anche lei nel mirino dei suoi aggressori, e si mette alla ricerca dei suoi vecchi compagni di avventura, nel tentativo di capire chi abbia dato ordine di ucciderlo.

Red combina due diverse tipologia di cinema, la commedia e il film d'azione e spionaggio, seguendo le orme di alcuni film del passato come True Lies. La miscela qui è più riuscita, le scene divertenti non mancano e al protagonista, ben interpretato da Bruce Willis, vengono affiancati alcuni personaggi molto riusciti e indovinati. Il merito va alla sceneggiatura ma soprattutto agli attori, su cui spiccano Helen Mirren, perfetta nel suo ruolo di killer dal sangue freddo, e John Malkovich, strepitoso ed esilarante.
Quello che non convince sono però gli altri elementi del film, a partire dalla trama, troppo intricata e poco chiara. Le scene sono slegate, manca un filo conduttore credibile che dia sostanza a una storia un po' stiracchiata, che diventa quindi solo una cornice per le ottime prove degli attori.

Non convince nemmeno la coprotagonista, interpretata da Mary-Louise Parker, un personaggio fuori dal tempo, che ricorda le compagne di Indiana Jones, imbranate e sempre in pericolo di vita.
Le scene tra lei e Bruce Willis indeboliscono ulteriormente la già malferma struttura del film, rendendolo così solo una successione di quadri divertenti ma spesso privi di spessore.

Red è un discreto film d'intrattenimento, abbastanza divertente e a tratti emozionante, che però non riesce ad andare oltre l'ottimo materiale umano che ha a disposizione e finisce quindi per sprecarlo e privarlo del sostegno di una trama e di una regia in grado di esaltarne le qualità.

**1/2

Pier

sabato 14 maggio 2011

Kreativ Blogger Award


Con colpevole ritardo comunichiamo ai nostri lettori di aver ricevuto un premio, dato che ogni tanto farsi belli in pubblico non guasta.

Walter Fano ci ha infatti giudicato meritevoli di ottenere il Kreativ Blogger Award, un'iniziativa simpatica che permette ai lettori di un blog di scoprire qualcosa di più sugli autori e, perchè no, di trovare altri blog interessanti.

Le regole sono semplici. Una volta ricevuto il premio, occorre:

1) trovare 10 blog meritevoli del premio
2) avvisare i blogger premiati
3) raccontare 10 cose di se stessi

Dato che siamo un po' pigri i blog premiati saranno meno, ma ecco quelli che ci sentiamo di segnalare:

1. Scacciafiga, un must per chi vuole imparare cosa NON fare per conquistare le ragazze.
2. Suspiria nel paese delle meraviglie, un altro ottimo blog di cinema
3. Letizia Ovunque, raccolta di divertenti cartelloni elettorali sulla falsariga di quelli della Moratti.
4. La realtà aumentata, sito un po' per specialisti ma che regala informazioni interessanti anche ai "profani".
5. Movies in frames, un blog che racconta il cinema per immagini.
6. Amici di Giggi, un capolavoro e una droga vera.

E ora 10 cose su di noi!! Dato che siamo in due, alcune valgono doppio!

1. Ci siamo conosciuti all'università, facoltà di Economia.
2. Film preferito Ale: L'ultimo dei Mohicani
3. Film preferito Pier: Big Fish
4. Colore preferito Ale: Blu
5. Colore preferito Pier: Blu
6. Attore preferito Ale: Daniel Day Lewis
7. Attore preferito Pier: Viggo Mortensen, Marlon Brando
8. Regista preferito Ale: Stanley Kubrick
9. Regista preferito Pier: Alfred Hitchcock
10. Ale è milanista, Pier è interista

venerdì 6 maggio 2011

Machete

Quando esce "Machete Kills"?



Machete è un ex agente federale messicano, creduto morto dopo uno scontro con il narcotrafficante Torrez. Miracolosamente sopravvissuto, si rifugia in Texas, dove finirà al centro di uno complotto legato a doppio filo all'immigrazione messicana negli USA e allo stesso boss che lo aveva quasi ucciso.

Ci sono due correnti di pensiero su Machete: quelli che dicono che è solo una furbata, un film di serie B furbetto che spaccia lo splatter per citazionismo. E quelli che lo ritengono un sincero omaggio ai B-movie, un B-movie talmente B che è quasi di serie C, realizzato e girato con amore per il genere da un regista che del genere è cultore e che lo ha portato sulle soglie del capolavoro.

Ammetto di appartenere al secondo gruppo, ma ho delle ottime ragioni. La prima è che Rodriguez è sempre stato un regista "onesto", lontano dalle furbate che hanno contraddistinto persino qualche film di Tarantino. Insomma, di uno che dopo la trilogia del Mariachi si mette a girare dei film per bambini per fare contenti i figli non può che essere degno della mia fiducia.
La seconda è che il film è stato richiesto a viva voce dai fan, innamoratisi della storia e del viso di Danny Trejo dopo averne visto il finto trailer realizzato per Grindhouse (quello sì un prodotto furbetto e di scarso spessore).
La terza, e più importante, è che Machete, in mezzo alle mille trovate geniali, ai mille combattimenti e alle mille citazioni, ha anche un messaggio serio. La denuncia della politica anti-immigrazione messa in atto dagli USA sul confine con il Messico non è accessoria, ma è un elemento fondamentale della trama, con forti ed evidenti richiami alla situazione reale.

Dopo le ragioni, i fatti: Machete è un capolavoro del suo genere.
I personaggi sono geniali, ben costruiti, e ognuno di loro e tratteggiato con precisione e vivacità. La storia, salvo qualche breve pausa qua e là, gira che è una meraviglia, ed ha un ritmo eccellente. Gli attori sono perfetti, da Danny Trejo a Robert De Niro, passando per Jessica Alba e il grande ritorno di Steven Seagal (che oggettivamente non poteva mancare). Convince, perchè no, anche da una Lindsay Lohan in versione suora vendicatrice.
Le citazioni si sprecano, ma i momenti migliori sono quelli ideati dalla mente di Rodriguez, scena iniziale e finale su tutte.

Machete non è certamente un prodotto per palati fini, ma tra inseguimenti, sgozzamenti, complotti e morti risulta uno dei più divertenti film d'azione degli ultimi anni.

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Pier

martedì 3 maggio 2011

Source Code

Tecnologia e (poca) etica



Colter Stevens, pilota di elicottero impegnato nella guerra in Iraq, si risveglia in un treno senza sapere come ci sia finito. In tasca trova i documenti di uno sconosciuto, l'insegnate Sean Fentress, con cui i suoi compagni di viaggio sembrano identificarlo. Mentre cerca di capire cosa sia successo espolode una bomba, che uccide lui e moltissimi alti passeggeri. Al suo risveglio si ritrova in una specie di capsula, dove una donna da uno schermo lo informa che non è morto e che tra poco sarà di nuovo trasferito sul treno: il suo compito è scoprire l'autore dell'attentato per evitare che colpisca ancora. La sua missione è top secret, e il nome in codice è : Source Code, lo stesso della tecnologia che permette al capitano di tornare sul treno 8 minuti prima dell'esplosione.

Dopo lo splendido esordio di Moon, Duncan Jones torna con un altro fantascientifico a basso costo (anche se il budget è certamente maggiore di quello della sua prima prova), ma gli conferisce un taglio decisamente diverso, pur mantenendo dei punti in comune. Se Moon era infatti una riflessione sulla solitudine e l'isolamento dell'uomo nello spazio, avendo come unica compagnia la tecnologia, Source Code vede la tecnologia come un mezzo per salvare persone e modificare la realtà e il corso degli avvenimenti.
La missione del capitano Stevens sfrutta una tecnologia sconosciuta, le cui potenzialità non sono del tutto chiare nemmeno ai suoi stessi creatori. Si può modificare il passato? Questo il dubbio che attanaglia il capitano, e con lui lo spettatore, fino alla risoluzione della vicenda.

Il film ha un ritmo eccellente, e strizza apertamente l'occhio a Matrix e Inception, studiando le potenzialità della mente umana e le opportunità inesplorate che essa ancora offre. Jones sceglie la forma del thriller, creando attesa e suspence senza dover ricorrere a scene di inseguimento mozzafiato, ma semplicemente sfruttando e modulando a suo piacere il tempo. Gli otto minuti offerti al colonnello Stevens sono un limite ma anche una possibilità, un universo inesplorato e malleabile che il colonnello può rivivere di volta in volta, correggendo gli errori come se si trovasse in un videogioco. La fotografia è molto ben curata e contribuisce a creare quell'atmosfera sempre sospesa tra sogno e realtà che è la caratteristica principale del film.

Jake Gyllenhaal offre il suo volto al capitano Stevens, e offre una prova di sostanza, non memorabile ma comunque efficace per quello che il ruolo richiede. Vera Farmiga è la sua interlocutrice su schermo, così come Gertie era quello di Sam Rockwell in Moon. La sua prova è volutamente sottotono ma di grande spessore, e contribuisce ad accrescere la suspence generata dal film.

Source Code affronta il tema dell'etica della tecnologia, interrogandosi sui limiti che questa non dovrebbe oltrepassare per non diventare disumana. In Moon, tuttavia, questo tema era affrontato con maggiore profondità e introspezione, mentre qui resta solo abbozzato e concentrato in una parte del film, senza pervaderlo per intero come accadeva nell'opera precedente.

Source Code è un thriller di buon livello, con un ritmo eccellente e una sceneggiatura non banale. Manca però di quella profondità che aveva reso Moon una delle rivelazioni della scorsa stagione cinematografica, e penetra solo superficialmente anche nel cuore dello spettatore.

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Pier