giovedì 22 febbraio 2018

La forma dell'acqua - The shape of water

C'era una volta...



Baltimora, anni della Guerra Fredda. Elisa è una donna muta che lavora come addetta alle pulizie in un laboratorio scientifico dove si cercano di sviluppare nuove armi . Un giorno nel laboratorio viene portata a scopo di studio una creatura anfibia di forma umanoide. Laddove tutti vedono la creatura come una cavia priva di sentimenti che potrebbe essere sfruttata a scopo militare, Elisa scopre che è dotata di grande sensibilità e intelligenza e, lentamente, se ne innamora.

Dopo una parentesi molto riuscita nei film d'azione con Pacific Rim e una non troppo felice nell'horror con Crimson Peak, Del Toro torna al "suo" cinema per raccontarci una fiaba moderna. Come tutte le fiabe, la storia di Elisa e della creatura acquatica ha un carattere universale, e parla di assoluti: la natura di Bene e Male (il maiuscolo è d'obbligo), il concetto di diversità, la solidarietà tra gli ultimi, l'importanza del sogno e della fantasia. "Chi è il vero mostro a Notre Dame?", chiedeva Clopin nella meravigliosa intro musicale che apriva il (troppo sottovalutato) disneyano Gobbo di Notre Dame: Del Toro risponde fin dalle battute iniziali, senza paura di creare un film "manicheo",  in cui non esistono toni di grigio e buoni e cattivi sono perfettamente distinti come nel cinema hollywoodiano delle origini. Nulla di originale, dunque, eppure Del Toro riesce a prendere questi topoi narrativi e a trasformarli in qualcosa di originale e unico, che porta la sua impronta indelebile in ogni immagine, ogni dialogo, ogni scelta.

Ciò che nella fiaba è stereotipato e archetipizzato diviene qui realistico, sfaccettato, perennemente in equilibrio tra realtà e fantasia così come la storia si muove a metà tra terra e acqua. L'amore tra Elisa e la creatura viene raccontato con una sensualità sconosciuta al genere fantastico, senza però perdere di vista il romanticismo. Il film è una commistione tra Storia e fiaba, con la Guerra Fredda che fa da sfondo alla storia d'amore proibita di Elisa, ricreando quella fenomenale sovrapposizione tra reale e fantastico che caratterizza i film più riusciti di Del Toro come Il labirinto del fauno e La spina del diavolo. Il confine si fa sempre più labile man mano che il film procede, in un crescendo di poesia che culmina nel meraviglioso e ambiguo finale, che costringe a chiederci se venga prima la storia o il mito.

Muovendosi sul sottile confine tra realtà e fantasia, Del Toro finisce per fare anche una riflessione metatestuale sulla natura del cinema e della fiaba, sulla loro capacità di fornire un momento di evasione dalla realtà e al tempo stesso parlare delle questioni fondamentali della natura umana, in un escapismo che, per dirlo con le parole di J.R.R. Tolkien, non è da intendersi come la fuga del disertore ma come la liberazione di un prigioniero. E i personaggi di Del Toro sono prigionieri, prigionieri di una società che non offre loro alcun posto, alcuna accettazione, che li marginalizza e li colpevolizza per la loro diversità; una società perfettamente ritratta nel personaggio di Michael Shannon, formidabile villain di altri tempi in preda a una crescente corruzione morale e persino fisica, che domina la scena con la sua mostruosa normalità, la sua banale malvagità. Accanto a lui si muove un cast di grandi attori poco noti al grande pubblico, dalla protagonista Sally Hawkins a Octavia Spencer, passando per lo splendido Richard Jenkins, cui Del Toro offre dei ruoli che permettono loro di brillare come forse mai avevano fatto prima.

E proprio il cinema delle origini, con la sua aura di magia e mistero , è il punto di riferimento visivo e sonoro di Del Toro, che omaggia apertamente i classici hollywoodiani di vari generi, dal cinema di mostri ai comici del muto, passando per i musical con Fred Astaire. L'omaggio non è però fine a se stesso, ma concorre a creare quell'atmosfera onirica che pervade il film, e costituisce la base da cui Del Toro si muove per costruire le scene più innovative e originali del film, come quella che campeggia sui manifesti pubblicitari. A questo partecipa pure la colonna sonora, che alterna le musiche d'epoca alle dolcezza delle composizioni originali di Alexandre Desplat.
Del Toro amalgama ogni elemento alla perfezione e tutto, dall'incredibile trucco della creatura alla costruzione dei set, mostra il suo inconfondibile tocco e rappresenta un tassello della sua visione.

Se pensate che il cinema debba ritrarre l'umanità nelle sue varie sfaccettature e scale di grigio, probabilmente questo film vi lascerà indifferenti. Se, tuttavia, pensate che il cinema sia l'arte di parlare del reale sotto un manto di magia, poesia e sogno, allora non potrete non amare La forma dell'acqua.

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Pier

lunedì 19 febbraio 2018

Chiamami col tuo nome

Molto rumore per nulla


Nel 1983, Elio Perlman, un giovane diciassettenne italoamericano, trascorre un'estate oziosa nella campagna intorno a Crema insieme ai suoi genitori. A loro si unisce Oliver, uno studente universitario che lavora con il padre di Elio alla sua tesi di dottorato. Tra Elio e Oliver si instaura un rapporto che cambierà la vita di entrambi.

Cosa è un regista se abdica alla sua visione? È ciò che viene da chiedersi vedendo Chiamami col tuo nome, un film in cui Luca Guadagnino rinuncia a ogni pretesa di autorialità e originalità girando un film che sembra un condensato di sguardi altrui. Se a Sorrentino si rimprovera spesso (e spesso a torto) di “voler fare Fellini”, cosa dire allora di Guadagnino, che è talmente schiacciato dai suoi modelli di riferimento da non riuscire mai a discostarsene se non per brevi, meravigliosi attimi di respiro autonomo: dall'estetismo di sapore classico di Visconti alla gioventù sovversiva di Bertolucci, fino al fitto sottobosco della vita di provincia di Risi, non c'è modello che Guadagnino non citi e riutilizzi in modo ossequioso e quasi servile. Il risultato è un film ben girato ma anonimo, che potrebbe essere di Guadagnino come di qualunque altro regista, in cui persino le scene bucoliche sanno di già visto (Le Meraviglie di Alice Rohrwacher era ben più ispirato, in tal senso) e nessuna immagine resta stampata nella memoria.

Tuttavia, sarebbe ingeneroso non riconoscere il grande lavoro fatto da Guadagnino per rendere filmabile e credibile la sceneggiatura ingessata, anzi, bitumata di James Ivory: una sceneggiatura che mette in bocca a degli adolescenti degli anni Ottanta dei dialoghi che sembrerebbero troppo forbiti in bocca alla nobiltà vittoriana di cui di solito Ivory tratta nei suoi tormenti filmici; una sceneggiatura che tormenta lo spettatore con momenti lirici che risultano solo noiosi, con un ritmo fiacco ed esasperante; una sceneggiatura, insomma, arrogante e tronfia nel suo essere totalmente disconnessa dalla realtà, e che infatti sta ricevendo il plauso di quella critica terrazzesca e salottiera che la realtà l'ha persa di vista da almeno tre lustri. L'emblema di questa sceneggiatura è il monologo finale del padre di Elio, che Ivory indubbiamente vedeva come profondo ma risulta essere invece una trista morale della storia degna di un libro di fiabe di livello scadente, intriso di retorica e talmente incredibile da divenire ridicola, e che viene salvato solo dal fatto di essere affidato a un interprete straordinario come Michael Stuhlbarg.

Guadagnino si dibatte in questa sceneggiatura come un uomo in fiume prigioniero di un'armatura elegante ma troppo pesante e, pur con fatica, riesce a trascinarsi a riva grazie a un paio di felici intuizioni: la prima, depotenziare tutte le scene eccessivamente retoriche con un uso semplice della macchina da presa, evitando di sovraccaricare gli orpelli ivoriani con ulteriori artifizi filmici; la seconda, affidarsi alla straordinaria bravura dei suoi attori, Armie Hammer e Timothée Chalamet, tanto naturali e spontanei da riuscire a rendere (quasi) credibili le odi pastorali che Ivory ha scritto spacciandole per dialoghi. Non per nulla le scena più riuscite sono quelle di intimità tra i due, in cui i dialoghi sono rarefatti e quasi del tutto assenti, ed è il linguaggio dei corpi a parlare, comunicare e, perché no, commuovere. Esemplare in questo senso è l'ultima scena del film, forse l'unica in cui vediamo la creatività del regista emergere con prepotenza, quasi con liberazione: Guadagnino decide di lasciare la scena a Chazelet, che lo ripaga con una sequenza semplice ma di fortissimo impatto emotivo.

Chiamami con il tuo nome è un film onesto, diretto con perizia, con un'ottima colonna sonora e splendidamente interpretato, ma molto lontano dal capolavoro di cui si urla oltreoceano, dove ha probabilmente guadagnato attenzione grazie alla tematica e a una regia che negli USA passa per autoriale, ma che qui in Europa fatica a distinguersi da mille altre viste nei maggiori festival cinematografici. È, soprattutto, molto lontano dall'essere il miglior lavoro di Guadagnino: come potrebbe, quando di Guadagnino e della sua poetica c'è poco o nulla?

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Pier

martedì 13 febbraio 2018

The post

Bello senz'anima

 


1971, USA: Daniel Ellsberg, economista che lavora per un'agenzia al soldo del Pentagono, trafuga e diffonde delle copie di un rapporto segreto che dimostra come il governo USA sotto quattro presidenti diversi sapesse dell'impossibilità di vincere la guerra in Vietnam, e ciononostante non abbia ritirato le truppe. Il primo a divulgare i documenti è il New York Times, che però riceve un'ingiunzione della Corte Suprema che, sollecitata dal governo Nixon, impone il blocco della pubblicazione. A questo punto i documenti arrivano in mano ai giornalisti del Washington Post, mettendo l'editore, Katharine Graham, e il suo direttore, Ben Bradlee: pubblicare e rischiare a loro volta il blocco della pubblicazione e un possibile disastro finanziario, o non pubblicare e venire meno alla loro missione di divulgatori della verità.

Il tema della libertà di stampa è quantomai centrale di questi tempi, in cui tra bufale, attacchi frontali del potere costituito, e un oggettivo scadimento del livello qualitativo medio il giornalismo tradizionale arranca e fatica ad assolvere la sua funzione di pungolo dei governanti e servitore dei governati. Un film come The Post arriva quindi con perfetto tempismo. La vicenda narrata è quantomai bipartisan, dato che tocca presidenti di diversi schieramenti ed epoche, ed è raccontata con un ritmo serrato e una narrazione prevalentemente in interni, dove seguiamo le attività giornaliere di una redazione esemplare e il loro costante lavorio alla ricerca della verità. Al tema della libertà di stampa si aggiunge quello dell'emancipazione femminile, affrontato attraverso la figura di Katharine Graham: trovatasi quasi per caso a essere l'editore del Washington Post, Graham è circondata da uomini che le dicono cosa deve e non deve fare, cosa può e non può permettersi. La sua scelta, libera e consapevole, arriva quasi come un urlo liberatorio, una dichiarazione di intenti che rivela un carattere deciso sotto l'apparenza di donna mite e festaiola della protagonista.

Sia Katharine Graham che Ben Bradlee sono interpretati alla perfezione da due mostri sacri come Meryl Streep, ancora una volta meritatamente candidata all'Oscar, e Tom Hanks. Accanto a loro brillano dei comprimari d'eccezione, dal Bob Odenkirk di Breaking Bad e Better Call Saul al Bradley Whitford di The West Wing, che danno vita a una redazione e a un gruppo editoriale quantomai sfaccettato e, proprio per questo, vero e credibile.

Il film ha il merito di non scadere in eccessi di retorica, ma osa pochissimo e sembra sedersi sugli allori, crogiolarsi nella certezza di avere tutti gli elementi per poter realizzare un bel film. Spielberg si accontenta di mettere in scena anziché esplorare, scavare, indagare; di usare i suoi fenomenali attori per trasmettere i personaggi, senza preoccuparsi di esplorarli a fondo. Il risultato è un film godibile ma comunque superficiale che, cosa strana per un film di Spielberg, non riesce davvero a coinvolgere né a emozionare, come invece riescono a fare capolavori del genere "giornalistico" come Tutti gli uomini del Presidente o il più recente Il caso Spotlight. Ci si ritrova a tifare per i protagonisti quasi per inerzia, senza un reale coinvolgimento né interesse per le loro vicende, con la parziale eccezione del personaggio della Graham, ma piùper merito di Meryl Streep che di regia e sceneggiatura.

The Post risulta quindi un film solido, ben realizzato e interpretato magistralmente, ma superficiale; un compitino che racconta la sua storia con efficienza ma senza efficacia, e ha quindi un impatto di gran lunga inferiore a quello che avrebbe potuto avere. Non rimarrà di certo nella storia del cinema sul giornalismo, né resterà a lungo nella memoria dello spettatore.

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Pier

venerdì 26 gennaio 2018

L'ora più buia

Oratoria e responsabilità


Londra, 1940. Hitler ha appena invaso il Belgio e si prepara ad attaccare la Francia. Neville Chamberlain, il primo ministro conservatore sostenitore della necessità di dialogare con Hitler, viene costretto a dimettersi. Il Parlamento vuole un governo di unità nazionale, in grado di unire tutti i partiti per sostenere la guerra contro la Germania. Un solo nome emerge dai possibili candidati, quello di Winston Churchill, unico politico a tuonare fin dal primo momento contro il pericolo di Hitler. Disprezzato dai membri del suo stesso partito e dal re, che spingono per la pace, Churchill si trova di fronte a una missione impossibile: evitare una disfatta che appare ineluttabile e convincere il partito e il paese della necessità di non scendere a trattative con Hitler.

A un'analisi superficiale, L'ora più buia potrebbe sembrare un semplice, classico film biografico, con tutta la retorica e i momenti agiografici che caratterizzano questo tipo di film. Joe Wright senza dubbio non lesina momenti di patriottismo smodato e non esita nemmeno a usare aneddoti inventati per sottolineare il più possibile l'eccezionalità del protagonista.
Tuttavia, il film è anche e soprattutto altro. Lo si intuisce fin dalla scelta dell'orizzonte temporale descritto: non l'intera vita di Churchill, non l'intera durata del suo mandato da primo ministro, non l'eroica resistenza di Londra sotto le bombe. Wright sceglie di concentrarsi invece su quella che lo stesso Churchill definì "l'ora più buia", per l'Europa ma anche per se stesso, il momento in cui i politici inglesi gli consegnarono di malavoglia  il potere e lui si ritrovò tra le mani l'ingrato compito di dover scegliere tra una pace più facile ma ad alto rischio, che avrebbe tradito tutti gli ideali in cui credeva, e una guerra ancora più rischiosa, ma fatta in nome di questi stessi ideali. 

L'ora più buia non è, quindi, un film biografico, nè un film di guerra: è un film sulla responsabilità e sulla solitudine di chi detiene il potere, sul peso della responsabilità e del prendere decisioni che, anche se giuste a tavolino, possono rivelarsi tremendamente sbagliate quando messe in pratica (Churchill vedeva così, ad esempio, quello che oggi è considerato il suo fallimento più grande, Gallipoli). 
È, inoltre, un film sulla forza dell'oratoria e delle parole, che difatti pervadono il film anche a livello visivo. "Ha mobilitato la lingua inglese e l'ha mandata in battaglia", dice Lord Halifax, il più fiero nemico interno di Churchill, in uno dei momenti chiave, e qui sta anche il cuore del film, all'intersezione tra politica e arte oratoria, responsabilità e capacità di persuasione. Quando Churchill si trova di fronte a decisioni difficili, quando tutto sembra perduto, la prima cosa che gli viene meno sono proprio le parole, il suo dono e la sua maledizione, la risorsa che lo ha aiutato a farsi strada nella sua carriera e la ragione per cui molti non lo prendono sul serio, e lo considerano solo un eccentrico cialtrone dotato di un'ottima parlantina. E proprio su un discorso (splendido) di Churchill cala il sipario, come se esaurito il potere dell'oratoria non restasse più nulla da dire, nulla da raccontare, con le porte che si chiudono dietro lo statista allo stesso modo in cui il sipario cala sull'attore.

A proposito di attori, Gary Oldman (irriconoscibile grazie allo splendido trucco) è semplicemente perfetto nella sua impersonazione di Churchill, di cui riesce a trasmettere tutte le sfumature: se il film scivola a volte nell'agiografia, l'intepretazione di Oldman è invece sfaccettata, e fa intuire, laddove la sceneggiatura sorvola, da dove derivino le contraddizioni di Churchill e lo scetticismo di chi lo circonda. Non è un caso che, al netto degli splendidi monologhi in cui Oldman raggiunge un tale livello di immedesimazione da essere pressoché indistinguibile dall'originale (qui un'intervista con Oldman stesso in cui spiega come si è preparato alla parte), le parti migliori del film siano le conversazioni tra Churchill e Re Giorgio VI (un ottimo Ben Mendelsohn), che proprio nella parola aveva il suo tallone d'Achille. I loro dialoghi fanno risaltare le similitudini tra due uomini solo all'apparenza opposti, uniti dal senso del dovere e dal peso di un potere che si sono trovati tra le mani quasi per caso, e che hanno dovuto imparare a gestire nel momento più buio della storia del Regno Unito e d'Europa.

In un'epoca di incertezza morale e crisi del sistema politico, L'ora più buia offre un'interessante storia su temi centrali per la vita pubblica e per chi vorrebbe porsi alla guida della società. Nonostante alcuni passaggi inutilmente didascalici e retorici, il film convince, emoziona, e ci costringe a riflettere sull'importanza del linguaggio e della responsabilità, sopratutto in una società che pare aver dimenticato sia l'uno che l'altra.

*** 1/2

Pier

PS: fate un favore a voi stessi e allo splendido lavoro di Gary Oldman e andate a vedere il film in lingua originale, evitando un doppiaggio qui davvero delittuoso. Non ve ne pentirete.

martedì 23 gennaio 2018

The greatest showman (In pillole #13)

Quel pizzico di follia


New York, inizio Ottocento. Phineas Taylor Barnum è il figlio di un sarto, ma ha grandi ambizioni per il futuro. Nemmeno la morte del padre e la conseguente povertà bastano a dissuaderlo, e grazie al suo ingegno riuscirà a farsi strada e a conquistare il suo amore d'infanzia, Charity, nonostante l'opposizione della famiglia di lei. L'ambizione di Barnum, tuttavia, è senza freni, e lo porterà a realizzare progetti sempre più visionari e innovativi: prima un Museo delle stranezze, e poi un vero e proprio circo, il primo del suo genere, con donne barbute, giganti, nani vestiti da Napoleone e gemelli siamesi. Nonostante il suo successo, tuttavia, Barnum è tormentato dal fatto di non riuscire a ottenere ciò che più desidera: il rispetto dell'alta società.

The greatest showman si apre con note e atmosfere che lasciano presagire un film dai toni baz luhrmanniani, con quel mix di provocazione, magia e sincero desiderio di stupire che caratterizza i film del regista australiano come Moulin Rouge. L'illusione, purtroppo, si esaurisce presto: nonostante la materia si presti perfettamente a un trattamento coraggioso e visionario, il regista Michael Gracey confina la creatività nel campo musicale e dirige un film onesto ma con pochi guizzi visivi, in cui spiccano solo un paio di coreografie molto ben riuscite (su tutte quella che accompagna la canzone Rewrite the Stars).
Anche la trama non offre alcun guizzo, e rivisita la vita di Barnum in modo superficiale, rinunciando a indagarne le complessità in favore di un'attenzione forse eccessiva sulla sua vita privata e sulle sue ambizioni.

Quello che manca in originalità il film lo ripaga però a livello di impatto emotivo: nonostante spesso sconfini nello smielato, alcune scene, come la prima esibizione dell'usignolo svedese, Jenny Lind, sono emotivamente toccanti e non lasciano indifferenti. A questo contribuiscono le buone prove d'attore, con uno Hugh Jackman contagioso nella sua energia e nel suo ottimismo, una Rebecca Ferguson carismatica nei panni di Jenny Lind, e un cast corale che ci regala un meraviglioso gruppo di freaks, segnati dalla vita ma indomiti nella loro volontà di conquistarsi un posto nel mondo.

Ciò che realmente eleva il film, portandolo dall'essere un film mediocre a uno spettacolo comunque interessante, sono però le musiche: creative, originali, meravigliosamente anacronistiche. Benji Pasek e Justin Paul, reduci dal successo di La La Land (loro era la canzone più celebre del film, City of Stars, vincitrice di un premio Oscar) realizzano una colonna sonora perfettamente equilibrata, senza un singolo punto debole, in cui ogni canzone riesce a regalare emozioni e a fissarsi nella testa dello spettatore, portandolo a canticchiarla fino allo sfininimento.

The greatest showman risulta quindi essere un film discreto, che non fa però onore al suo protagonista, preferendo la strada sicura del romanticismo a quella più coraggiosa del ritratto sociale e della visionarietà. Rimane quindi il rammarico per lo scarso coraggio dimostrato nell'affrontare una materia che, con un pizzico di follia in più, avrebbe potuto portare a un film davvero interessante e originale.

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Pier



lunedì 8 gennaio 2018

Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Giustizia personale e giustizia sociale



La figlia di Mildred, madre divorziata residente a Ebbing, Missouri, viene violentata e uccisa. Frustrata dalla mancanza di progressi nelle indagini, Mildred acquista per un anno tre grandi spazi pubblicitari con i quali denuncia l'inefficienza della polizia locale, e in particolare dello sceriffo Willoughby. Nonostante l'ostilità di molti suoi concittadini, in primis il sergente Dixon, Mildred persiste nella sua battaglia per la verità.

Martin McDonagh è un nome che dirà poco ai più, nonostante abbia già girato un film di culto come In Bruges. Il suo tocco e la sua visione sono, tuttavia, inconfondibili, soprattutto per la capacità di muoversi al confine tra farsa e tragedia senza però premere fino in fondo sul pedale del grottesco come fanno ad esempio i fratelli Coen. La sua visione del mondo è cupa, ma non disperata; assurda, ma non surreale. McDonagh è, prima di tutto, uno scrittore fantastico, soprattutto nei dialoghi, ma possiede anche una grande sensibilità per la messa in scena che spesso manca agli sceneggiatori che si improvvisano registi.

Non stupisce, dunque, che Tre manifesti, il suo terzo film da regista, sia uno dei migliori film visti quest'anno: un capolavoro di ritmo, recitazione e, soprattutto, regia, in cui ogni elemento si incastra alla perfezione nel creare un film che intrattiene e fa riflettere, raccontando una storia appassionante e, allo stesso tempo, fornendo un ritratto convincente e non moraleggiante dell'America che ha eletto Trump. Tra una risata e l'altra, McDonagh sferra pugni violenti che ci riportano alla realtà di una società martoriata, il cui tessuto sociale è stato lacerato in modo tanto profondo che sembra quasi impossibile ripararlo. Alla ricerca di giustizia personale di Mildred si accompagna un'evidente assenza di giustizia sociale, che tocca in modo evidente tutti i personaggi. L'alternanza tra risata e riflessione è continua, e tiene lo spettatore incollato alla sedia, incapace di prevedere cosa succederà.

I dialoghi sono perfetti, fulminanti e al tempo stesso profondi, e sono messi in bocca a personaggi veri, ben definiti e costruiti, dal primo all'ultimo, a partire dalla splendida protagonista. Mildred è una donna sola, ruvida, con un'ironia icastica e politicamente scorretta; la vita le ha tolto tutto, tranne la sua dignità e una feroce, incrollabile determinazione ad avere giustizia. Non è l'odio a guidarla, ma l'insoddisfazione, l'incapacità di accettare mezze misure, compromessi, risultati approssimativi. Il suo contraltare è Dixon, un cialtrone qualunquista guidato da un odio talmente radicato in lui da non conoscerne nemmeno le origini. Si sente costantemente minacciato da tutto ciò che è diverso da lui, e non sembra conoscere reazione migliore che la violenza. A metà tra loro sta lo sceriffo Willoughby, un buon padre di famiglia che però non condanna fino in fondo i comportamenti scorretti e pericolosi dei suoi uomini, Dixon in primis; un uomo fatto di contraddizioni, che rappresenta al meglio un paese diviso come l'America di oggi, in cui persino la verità è relativa e non esistono risposte definite.
"Decideremo quando arriveremo lì", dice uno dei personaggi in un momento chiave del film, e questa frase è quasi un manifesto nazionale (e non solo): si naviga a vista, e solo il tempo potrà dirci se la direzione presa è quella giusta.

McDonagh accompagna la sua perfetta sceneggiatura con una fotografia evocativa, fatta di alternanze tra primi piani e campi lunghi che sottolineano la solitudine dei personaggi e, al tempo stesso, la loro estrema vicinanza, il loro collegamento per tramite di quel paese di cui tutti fanno parte, e di cui stanno lentamente martoriando il tessuto sociale.
L'intero cast offre una prova superlativa, da una Frances McDormand alla migliore interpretazione della sua (fantastica, e troppo spesso sottovalutata) carriera - qualcuno le offra la parte principale in un action movie stile Io ti troverò, subito - a un Sam Rockwell poliedrico nel ruolo del farsesco villain Dixon, fino a un Woody Harrelson perfetto per understatement e compassatezza e un Peter Dinklage saggio e autoironico nella sua breve ma intensa parte.

3 manifesti è un film profondamente attuale, che racconta una storia tragica con tocco ironico, ma senza perderne di vista le implicazioni drammatiche e sociali. Un film scritto, girato e interpretato alla perfezione, che si candida a essere una delle sorprese positive sia della nostra stagione cinematografica, sia della stagione dei premi (in cui si è già aggiudicato quattro meritatissimi Golden Globes). Non perdetelo.

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Pier

sabato 6 gennaio 2018

Coco

La forza del ricordo



Miguel è un ragazzino messicano che sogna di fare il musicista. Deve scontrarsi però con la storia famigliare: molti anni prima, il suo trisnonno chitarrista aveva abbandonato la moglie Imelda e la bisnonna di Miguel, Coco, ancora bambina. Da allora la sua immagine è stata eliminata dalle foto di famiglia, e la musica è stata bandita. La nonna si fa carico di fermare sul nascere qualunque ambizione del nipote. Nel giorno dei morti, però, Miguel si ribella, e decide di partecipare a un'esibizione musicale in piazza. Per farlo, ruba una chitarra dalla tomba del suo idolo, Ernesto de la Cruz. Per questo gesto finisce nel mondo dei morti, dove scoprirà di avere un solo modo per tornare a casa...

Il tema della memoria e del ricordo è da sempre centrale nella poetica della Pixar: fin dal primo Toy Story, ma ancor di più nel secondo capitolo, il ricordo diviene un elemento fondamentale della vita dei personaggi, ciò che conferisce loro senso: i giocattoli divengono inutili se nessuno gioca con loro e li dimentica; il passato non deve essere una trappola, ma una spinta verso nuove avventure (Up); la memoria e i nostri ricordi, anche quelli tristi, sono ciò che definisce la nostra identità (Inside Out): senza memoria non possiamo sapere chi siamo (Alla ricerca di Dory).

Coco riprende questo tema e lo porta alle sue estreme conseguenze, esplorandolo in tutte le sue possibili declinazioni: il ricordo come rancore, che blocca le aspirazioni di una famiglia anche a distanza di generazioni; il ricordo come rimpianto e nostalgia, come quella di Coco per il suo papà; il ricordo, infine come fonte di vita. Secondo la tradizione messicana, è la memoria a preservare le anime coloro che non ci sono più. Chi non viene ricordato non può tornare nel mondo dei vivi per il Día de Muertos e, lentamente, svanisce, finendo nel nulla. La memoria di ciò che è stato, di chi è stato, è un valore di cui spesso ci si dimentica nella società odierna, in cui già l'invecchiamento viene guardato con sospetto e la morte è qualcosa che si preferisce dimenticare. Lee Unkrich, storico montatore di tutti i film Pixar, qui alla sua prima regia da "titolare", porta invece la morte al centro del film, sottolineando come la visione negativa e triste del ricordo di chi non c'è più sia profondamente sbagliata: è solo il ricordo di ciò che è stato e chi ci ha preceduto a renderci ciò che siamo, e soprattutto a renderci parte di una comunità.

La pietas e il ricordo delle persone amate divengono quindi il punto centrale del film, ripreso anche dal titolo della canzone che ne accompagna i momenti più importanti a livello narrativo e, soprattutto, emotivo. Ricordami non è un tema musicale qualunque, ma la colonna portante del film. Unkrich lo utilizza con grande intelligenza, rendendolo quasi un personaggio aggiuntivo, la cui presenza sottolinea i passaggi chiave del film, modellandone il significato. La musica, in generale, è al centro di tutto il film, che ne usa la forza evocativa per sottolineare il suo messaggio di speranza e positività riguardo all'aldilà, in piena coerenza con la tradizione messicana in materia.

La maturità del tema trattato da Coco si riflette anche nella sua struttura narrativa, anomala per un film Pixar. In primo luogo, si ride molto poco, con poche (ben riuscite) gag visive ad accompagnare il viaggio di Miguel nel mondo dei morti, ma senza le citazioni e le battute "adulte" cui ci aveva abituato la casa della lampadina. Inoltre, il film ha un ritmo regolare, senza le accelerate nella seconda parte tipiche dei film Pixar, caratterizzate da un alto tasso di azione. Coco ha ritmo e ha molte scene che tengono con il fiato sospeso, ma si prende i suoi tempi, esplorando il suo mondo e i suoi personaggi con molta attenzione e affetto, delineandone con attenzione le caratteristiche. Nonostante qualche passaggio un po' didascalico, l'operazione riesce e arriva al cuore, facendosi strada con dolcezza, lentamente, attraverso la costruzione sapiente di un viaggio emotivo che colma lo spettatore di meraviglia per la bellezza e la delicatezza di temi, personaggi, e ambientazione. Il mondo dei morti è realizzato con incredibile poesia e immaginazione: il ponte di foglie e gli spiriti guida sono una gioia per gli occhi, e la loro spiegazione "narrativa" convince e appassiona. Questo viaggio culmina in un finale a dir poco toccante, uno dei più commoventi mai creati dalla Pixar.

Con questo film la Pixar conferma ancora una volta di possedere una sensibilità ancora insuperata nel panorama dell'animazione di statunitense, soprattutto quando decide di concentrarsi su storie e, soprattutto, mondi originali anziché riesplorare strade già battute. Coco è un film anomalo, con uno sguardo più fanciullesco di altri film Pixar ma temi più adulti, trattati in modo estremamente maturo, delicato, ed emotivamente toccante. Una piccola perla, con un messaggio importante e commovente sul ruolo che la morte e la memoria di chi non c'è più giocano nel definire la nostra identità. Non perdetelo.

**** 1/2

Pier