giovedì 21 settembre 2017

Cars 3

Ritrovare l'anima





Saetta McQueen è ancora una star delle corse, ma qualcosa sta per cambiare: all'orizzonte compaiono auto di ultima generazione che mettono in difficoltà il campione. Nel tentativo di stare al passo, McQueen si spinge fino ai propri limiti, fino a un momento che lo metterà di fronte a una scelta che non avrebbe voluto mai fare: smettere o continuare?

Laddove Cars 2 è senza dubbio il punto più basso raggiunto nell'ormai ventennale carriera della Pixar, il primo Cars è considerato semplicemente un film minore, senza le ambizioni visive e narrative dei capolavori della casa della lampada, ma con un cuore emotivo ben costruito e sviluppato, in grado di emozionare con una storia semplice e senza pretese.

Cars 3 dimentica (o forse impara da) la terribile lezione del secondo film e riporta la storia alle origini, nel cuore spezzato del sogno americano che diventa un punto di arrivo e, forse, di inizio per Saetta McQueen. Se il primo film si concentrava sulla maturazione di Saetta, e sulla sua capacità di superare arroganza e preconcetti per diventare una persona migliore, Cars 3 si concentra invece sulla capacità di Saetta di riconoscere i propri limiti e farli diventare un punto di forza, uno strumento per migliorare sia come pilota che come "persona".

Brian Fee, al suo debutto come regista, dimostra di avere mano sicura e un notevole senso della storia, e racconta il ritorno alle origini di McQueen con una malinconia e un senso di decadenza che ricordano le atmosfere del primo Rocky, con un eroe che sembra ormai aver fatto il suo tempo ma fatica ad accettare la sua nuova condizione. Lo humor non manca, ma a prevalere è la vena nostalgica della storia, che si estrinseca sia nella rievocazione del rapporto di McQueen con il suo mentore Doc, sia nello stato di sereno ma inesorabile abbandono in cui versano i luoghi che attraversa McQueen nel suo viaggio alla ricerca di se stesso. Il film procede così a ritmo spedito verso un finale che in qualunque altro contesto suonerebbe retorico, ma che qui è guadagnato a pieno merito grazie all'ottima costruzione narrativa che lo precede.

Fee ha il grande merito di focalizzarsi sui personaggi più interessanti (McQueen in primis), relegando in secondo piano le spalle comiche come Cricchetto e dando invece più spazio a nuove entrate che sono funzionali all'atmosfera e al tema della storia, come Cruz Ramirez, che accompagna McQueen per tutto il viaggio, e tutti gli abitanti di quella provincia stanca e decadente che rappresenta il cuore della saga.

Cars 3 non passerà alla storia tra i migliori film della Pixar, ma rimane fedele a uno dei cardini del suo successo, quello di raccontare temi complessi attraverso storie solo all'apparenza semplici. Il film non brilla per originalità, ma racconta in modo efficace ed emozionante il difficile processo dell'invecchiamento e dei cambiamenti che questo comporta: accettare che ciò che è stato non potrà più tornare, ma che quella che sembra la fine può essere in realtà un nuovo inizio.

*** 1/2

Pier

lunedì 11 settembre 2017

Valerio Zurlini - I dimenticati: puntata 13 (seconda parte)

Seconda puntata della puntata de "I dimenticati" dedicata a Valerio Zurlini.
Potete trovare qui la prima parte.


Dopo "La ragazza con la valigia", Zurlini riuscì finalmente a convincere Pratolini a portare sullo schermo "Cronaca familiare" (1962) con Mastroianni e Jacques Perrin. Il film vinse il Leone d'Oro a Venezia, ex aequo con "L'infanzia di Ivan" di Andrej Tarkovskij, chiudendo in questo modo in soli tre anni un trittico di film straordinari, tutti nati nel rispetto di un consiglio impartitogli all'esordio dalla ditta Benvenuti&De Bernardi. I due sceneggiatori avevano fatto capire a Zurlini che i personaggi di un film devono essere autentici, perché soltanto partendo dalle loro speranze e dalle loro angosce può nascere una storia credibile. Egli recepì appieno questo insegnamento, costruendo i suoi futuri film con uno sguardo sensibile e delicato sulle emozioni dei protagonisti. 

Aveva appena trentasei anni, ma era lo Zurlini migliore; in seguito non avrebbe più saputo raggiungere questi livelli di rendimento e di continuità. Dal cinema prese le distanze, o meglio fu il cinema a prenderle da lui. Negli anni successivi realizzò soltanto due opere minori per la sua filmografia: "Le soldatesse" nel 1965 e "Seduto alla sua destra" nel 1968, ispirato alla vita del leader congolese Lumumba. Quest'ultimo ebbe gestazione tortuosa: nato per essere uno dei cortometraggi - gli altri sarebbero stati di Pasolini, Lizzani e Bertolucci - del progetto Vangelo '70, una sorta di rilettura dei testi sacri in chiave moderna da presentare al Festival di Berlino e uscito poi col titolo "Amore e rabbia", divenne invece un lungometraggio a se stante. 



In questi anni Zurlini viveva una crisi creativa a causa delle sue inquietudini e metteva più passione e curiosità nei progetti che non riusciva a realizzare che in quelli che diventarono film. Gliene furono cari tre in particolare, dei quali sono rimaste le sceneggiature con le sue annotazioni e le sue ambizioni: "La zattera della medusa", su un gruppo di intellettuali americani nella Roma della Dolce Vita, ispirato a incontri della giovinezza; "Verso Damasco", un progetto a cui lavorò con Giorgio Albertazzi e Luigi Vanzi, tratto dal racconto "L'inchiesta" di Flaiano e Suso Cecchi d'Amico, in cui s'immagina l'arrivo di un magistrato romano in Galilea per indagare sulla scomparsa di Cristo; "Il sole nero", un soggetto ispirato alla vicenda del "boia di Albenga" Luciano Luberti, già fascista
macchiatosi di sevizie contro i partigiani, accusato nel 1970 di aver ucciso la propria amante e di averne tenuto il cadavere in casa per alcuni mesi. Zurlini immaginò un confronto tra quest'uomo e un giovane giornalista depresso e vacillante nella fede cristiana, con un conseguente reciproco plagio tra i due. Un film sul tema del perdono con echi dostoevskijani, che nessun produttore era disposto a finanziare, e un protagonista di sgradevole e abietta autenticità al quale nessun attore era disposto a dare un volto. 

Zurlini ne ricavò un giudizio molto negativo sul cinema italiano, convincendosi forse non a torto che la volontà di borghese quieto vivere e la paura di sfide e innovazioni lo stessero facendo scivolare in una sonnolenza pericolosa e irreversibile e che gli attori volessero conservare un'immagine casalinga e rassicurante, evitando ogni interpretazione che potesse alterarla. Questa delusione contribuì a far sentire Zurlini un regista fuori dal sistema e a spingerlo ad isolarsi sempre di più. 



Nel 1976, ad appena cinquant'anni, girò il suo ultimo film, "Il deserto dei tartari", grazie all'impegno dell'amico Jacques Perrin (che fu anche il protagonista nei panni del tenente Drogo) nel reperire i finanziamenti necessari per un'opera tanto dispendiosa da aver già fatto desistere Antonioni dal portarla sullo schermo. Il film, con un cast stellare che includeva, oltre a Perrin, Vittorio Gassman, Philippe Noiret, Max von Sydow e Jean-Luis Trintignant. Gli valse il Nastro d'Argento e il David di Donatello e fu molto apprezzato dalla critica. 


Il vero testamento di Zurlini è però il penultimo film, "La prima notte di quiete", girato nel 1972 in una Rimini invernale. Oltre alla classica ambientazione nella riviera romagnola ritornano qui molti temi che avevano caratterizzato le sue opere giovanili: l'amore contrastato, la solitudine, l'abbandono, con l'aggiunta di una feroce descrizione dell'ambiente di provincia e dei suoi squallidi frequentatori. La figura del protagonista, un Alain Delon sempre con indosso un cappotto di cammello e un dolcevita verde appartenenti allo stesso regista, era ispirata a un personaggio di una famiglia molto nota da quelle parti, che Zurlini incontrò proprio durante un inverno. Un uomo infelice, ironico e romantico, con un passato misterioso. L'interpretazione di Delon fu eccellente e contribuì a fare de "La prima notte di quiete" uno dei film più visti di quell'anno e il maggior successo commerciale della filmografia del regista. Il quale, paradossalmente (ma non troppo), fu l'unico a non amare il film. 



Era molto esigente, tanto è vero che i film realizzati, soltanto otto, furono meno di quelli rimastigli nel cassetto. Sopra la media per sensibilità e cultura, letteraria e artistica, pretendeva di tradurre in immagini l'animo umano e i suoi sentimenti. Quando gli riusciva, il film risultava più adatto a un pubblico di nicchia che di massa. Quando non gli riusciva, se ne crucciava, come nel caso de "La prima notte di quiete", che considerava il suo film meno riuscito perché a suo giudizio Delon non possedeva nel privato la profonda gentilezza e l'inguaribile malinconia del personaggio. La cosa gli fece apparire l'intero lavoro come un falso e disse di aver provato la sofferenza e l'amarezza di un padre che scopre una vocazione di criminale in un figlio molto amato. Ma forse la verità è che detestava quel figlio proprio perché era venuto fuori a sua immagine e somiglianza, obbligandolo, ogni volta che lo guardava, a vederne riflessi come su uno specchio le illusioni del passato e le delusioni del presente che lo tormentarono per tutta la vita. 

Se ad inizio carriera l'incomprensione con Ponti lo aveva spinto in un limbo suo malgrado, in quello stesso limbo egli si gettò di nuovo spontaneamente nel giro di pochi anni. Questo non gl'impedì di fare film, anzi glieli rese più belli, perché il miglior Zurlini è stato quello impegnato a raccontare Zurlini stesso dandogli un'altra veste: ora quella di un adolescente confuso, ora quella di una ragazza giovane ma già delusa dalla vita, ora quella di un professore d'italiano fiero e decadente. Dietro ciascuno di questi personaggi faceva capolino un aspetto del loro creatore e ad accomunarli vi era sempre un senso d'inquietudine profonda. Ecco allora assimilata la lezione di Benvenuti&De Bernardi, ma in modo estremamente personale. I film di Zurlini, per lo meno quelli più riusciti, sono nati tutti dai personaggi. Ma dietro quei personaggi vi era sempre lui, costretto a confrontarsi con il brutto di una quotidianità fatta di rimpianti e occasioni perdute. Per questo ha passato la vita a cercare rifugio nel bello della letteratura e dell'arte, sempre immerso in una solitudine che, oggi che non c'è più, si è trasformata nella causa del suo immeritato oblio.

Giovanni
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sabato 9 settembre 2017

Venezia 2017 - Il Totoleone

Anche quest'anno, siamo arrivati alla fine della Mostra del Cinema.

È stata una Mostra decisamente interessante, con pochissimi picchi negativi nel Concorso, ma anche pochi amori a prima vista, che invece abbondavano lo scorso anno.

Di seguito i pronostici per il Leone d'Oro, corredati come sempre dalle mie preferenze personali.


Premio Mastroianni per il miglior attore emergente
Qui la competizione sembra davvero ridotta, con Charlie Plummer chiaramente favorito per la sua parte in Lean on Pete. Il ragazzo ha un innegabile talento e offre una splendida interpretazione; tuttavia, la mia preferenza ricade su un piccolo, grande attore: Noah Jupe, splendido protagonista di Suburbicon, la commedia nera di George Clooney.
Pronostico: Charlie Plummer, Lean on Pete
Scelta personale: Noah Jupe, Suburbicon

Coppa Volpi maschile
Sfida poco accesa che in campo femminile, causa la presenza di molti film corali, in cui è difficile identificare un protagonista univoco. Tra tutte, si staglia nettamente la commovente interpretazione di Donald Sutherland in The Leisure Seeker, cui va anche la mia preferenza personale.
Pronostico: Donald Sutherland, The Leisure Seeker
Scelta personale: Donald Sutherland, The Leisure Seeker

Coppa Volpi femminile
Come lo scorso anno, la sfida è agguerritissima, con Jennifer Lawrence (mother!), Helen Mirren (The Leisure Seeker), Charlotte Rampling (Hannah), Sally Hawkins (The Shape of Water) e Frances McDormand (Three Billboards) che possono legittimamente aspirare alla vittoria. La favorita sembra Sally Hawkins, ma personalmente sarei molto felice se la giuria decidesse di dare una coppa Volpi "di coppia", premiando sia Donald Sutherland che Helen Mirren, cuore pulsante del film più commovente visto alla Mostra.
Pronostico: Sally Hawkins, The Shape of Water
Scelta personale: Helen Mirren, The Leisure Seeker

Osella per la miglior sceneggiatura
Qui il netto favorito sembra essere Three Billboards, scritto alla perfezione da Martin McDonagh. A mio parere, tuttavia, il meriterebbe altri onori, e la mia scelta personale ricade quindi su Suburbicon, con la splendida sceneggiatura piena di humor nero dei fratelli Coen.
Pronostico: Three Billboards
Scelta personale: Suburbicon

Gran Premio della Giuria
Situazione quantomai fluida per i tre premi principali, per i quali è sempre difficile definire chi vincerà cosa. Il favorito per questo premio potrebbe essere il giapponese Kore-eda con The Third Murder, convincente legal drama che sfugge alla classificazione di genere grazie a una storia e a una fotografia quasi universali. La mia scelta personale cade invece su The Shape of Water di Guillermo del Toro, una favola moderna in grado di commuovere e far riflettere.
Pronostico: The Third Murder
Scelta personale: The Shape of Water

Leone d'Argento (Miglior Regia)
Qui il favorito rischia di essere Foxtrot, forse il film con la migliore idea di regia vista alla Mostra. Maoz riesce anche a tradurla in un film convincente, a mio parere uno dei due migliori visto in concorso, cui va quindi anche il mio voto personale.
Pronostico: Samuel Maoz, Foxtrot
Scelta personale: Samuel Maoz, Foxtrot

Leone d'Oro
Sfida davvero accesa, ma il favorito sembra a sorpresa essere mother! di Darren Aronofsky: stroncato da gran parte  della critica, il film presenta però una forza visiva e una potenza nel messaggio che potrebbero conquistare i giurati, a dispetto delle sue evidenti e clamorose imperfezioni. La mia scelta personale ricade invece su Three Billboards, film solo apparentemente più classico, che coniuga alla perfezione ogni suo elemento, dalla recitazione al montaggio, al servizio del messaggio che il regista vuole comunicare, riuscendo a divertire, emozionare e far riflettere.
Pronostico: mother!
Scelta personale: Three Billboards

È tutto per quest'anno, ci risentiamo per l'edizione 2018.

Pier

venerdì 8 settembre 2017

Telegrammi da Venezia 2017 - #5

Ultimo telegramma da Venezia 2017, in attesa dei premi.


Mektoub, My love: Canto uno (Concorso), voto 6. Ho avuto molte difficoltà nel dare un voto a questo film. Il voto è la media tra il 9 che avrei dato al film per le intenzioni, e il 3 che merita per l'effettiva realizzazione. Attraverso gli occhi del giovane sceneggiatore Amid, Kechiche racconta l'estate di un gruppo di giovani che si ritrovano in una località balneare dell'Algeria, e riesce a cogliere appieno l'essenza infinita della gioventù: infinite possibilità, infinita energia, infinita sensualità, infinito desiderio di vita.
Peccato la gioventù che racconta sia quella di un mondo irreale e visto con occhio esclusivamente maschile, e in particolare quello di un uomo misogino e guardone: tutte le ragazze sono belle, bellissime, e sessualmente disinibite; il loro unico interesse è portarsi a letto il ragazzo e, perché no, la ragazza di turno; infine, nessun personaggio femminile ha una connotazione almeno vagamente positiva, laddove gli uomini brillano per solidarietà e supporto reciproco. Il 90% delle inquadrature è dedicato ai sederi delle giovani protagoniste, e a poco vale la scusa che quello sia lo sguardo del giovane Amid quando queste scene continuano anche quando lui non è presente. Il film, insomma, sembra una versione autoriale dei cinepanettoni vanziniani o dei film erotici di Tinto Brass. Questo finisce per privare il film della sua vera forza, ovvero la pretesa di realismo: laddove narrativamente il film convince e offre un ritratto splendido e vitale della gioventù, la sua misoginia nemmeno troppo celata fa cadere il velo della verità per regalarci quello che sembra il sogno erotico di un vecchio impotente, l'occhio invidioso di un anziano che modella la gioventù sulle sue fantasie sessuali.

Hannah (Concorso), voto 6. Pallaoro, ultimo italiano in concorso, racconta la solitudine di una donna in un film scarno di dialoghi ma ricco dal punto di vista visivo. Di Hannah non sappiamo quasi nulla, e forse in fondo la sua storia non è importante: ciò che importa è la sua solitudine, la sua quotidianità, la sua lotta per rifarsi una vita. Charlotte Rampling regge il film da sola grazie a un'interpretazione straordinaria per intensità, che compensa almeno in parte lo scarsissimo dinamismo e la non eccessiva originalità dell'opera.

Brutti e cattivi (Orizzonti), voto 5. La storia di come una banda di malviventi diversamente abili (uno non ha le gambe, una non ha le braccia, uno è un nano) tenta il colpo della vita parte benissimo, con un ritmo altissimo e una bella caratterizzazione dei personaggi che ricordano i primi lavori di Guy Ritchie. Tuttavia, giunti a metà il film si incaglia e, lentamente, affonda sotto il peso di una seconda parte lentissima e retorica, in cui accadono meno eventi che in 5 minuti della prima. Un vero peccato, sia per l'intelligente idea di partenza, sia per la buona prova degli attori, Claudio Santamaria su tutti.

Jim & Andy - The Great Beyond (Fuori Concorso), voto 9. Splendido documentario su come Jim Carrey si è calato nei panni di Andy Kaufman per il film Man on The Moon, che offre una profonda riflessione su arte e identità. Qui la recensione completa scritta per Nonsolocinema.

The rape of Recy Taylor (Orizzonti), voto 7.5. Un bel documentario, sia a livello narrativo che realizzativo, che racconta un episodio poco noto ma decisivo nella lotta per l'emancipazione degli afroamericani. Qui la recensione completa scritta per Nonsolocinema

A domani per il Totoleone!

Pier

mercoledì 6 settembre 2017

Telegrammi da Venezia 2017 - #4

Quarto telegramma da Venezia, con il film più discusso della Mostra.


mother! (Concorso), voto 6.5. Il film di Aronofsky è il primo vero "caso" della Mostra 2017: da un lato la maggior parte dei critici, che lo ha massacrato, accusandolo di essere sconclusionato e senza capo né coda; dall'altro un gruppo più sparuto, ma molto agguerrito, che lo considera un capolavoro visionario e accusa il mondo di non averlo capito, lanciandosi in interpretazioni quasi più visionarie del film stesso. La verità, come spesso accade, sta nel mezzo: Aronofsky vuole filmare un incubo, e per due terzi di film ci riesce, grazie a una fotografia claustrofobica, un sonoro di livello straordinario e alle interpretazioni superbe di tutti gli interpreti, Jennifer Lawrence e Michelle Pfeiffer in testa. In questa parte il film è ansiogeno, insensato a livello cognitivo ma perfettamente logico a livello emotivo e viscerale, terrorizzante nella sua normalità: tutto ciò che un incubo dovrebbe essere. Nel finale, però, Aronofsky perde decisamente il controllo della sua creatura, sia per il desiderio di mettere troppa carne al fuoco, sia per il maldestro tentativo di dare una spiegazione a qualcosa che non può e non deve averne: i sogni e l'inconscio non si spiegano, insegna il maestro del genere, David Lynch. Aronofsky dimentica questa importante lezione, condannando il suo film a sfiorare il ridicolo, dopo aver contemplato l'immenso.

Sweet Country (Concorso), voto 6.5. La storia di un paese raccontata attraverso la vicenda di un aborigeno che, per difendersi, deve uccidere un uomo bianco nel selvaggio West australiano di inizio Novecento. Pur braccato, l'uomo rivelerà una profonda connessione con la sua terra, che l'uomo bianco gli ha strappato a livello materiale ma non spirituale. Un film convincente , che si dilunga un po' troppo ma ha il pregio di una visione registica forte che si sostanzia soprattutto nelle immagini, splendide ed evocative.

Ammore e malavita (Concorso), voto 7. I Manetti Bros girano uno scanzonato divertissement che unisce film di mafia e musical. La prima ora è splendida: divertente, intelligente, ironica, con un ritmo forsennato. Poi il film si dilunga inutilmente per un'altra ora, con lungaggini e ripetizioni che lo appesantiscono e finiscono per sfiancarne la freschezza iniziale. Si arriva alla fine con fatica, ed è un peccato.

Caniba (Orizzonti), voto 1. Un documentario che butta al vento un tema interessantissimo come quello del cannibalismo per inseguire pretese autoriali. Qui la recensione completa scritta per Nonsolocinema.

Team Hurricane (Settimana della Critica), voto 8. Quanta freschezza in questo film di Annika Berg: di sguardo, di interpretazione, di concezione del cinema e dell'adolescenza. Il racconto delle giornate di otto adolescenti danesi passa attraverso i loro occhi, la loro visione del mondo, di se stesse, del proprio corpo, del diventare grandi: una visione colorata, piena di energia e immagini sgargianti e kitsch, ma anche di sofferenza, insicurezza e voglia di avere qualcuno che ti sta accanto. Un esordio splendido, toccante, divertente e originale.




martedì 5 settembre 2017

Telegrammi da Venezia 2017 - #3

Terzo telegramma da Venezia.


The Leisure Seeker (Concorso), voto 7.5. Primo film girato in lingua inglese per Paolo Virzì, ma quasi non ce ne si accorge: The Leisure Seeker ha la stessa freschezza, lo stesso delicato equilibrio tra dramma e commedia che caratterizzano i lavori migliori di Virzì, con il grandissimo valore aggiunto di due interpreti straordinari come Helen Mirren e Donald Sutherland, che ci piacerebbe vedere insigniti di una meritatissima Coppa Volpi di coppia. La storia di Ella e John, un'anziana coppia che fugge dalla malattia su un camper sgangherato, commuove e diverte in egual misura, e fa riflettere anche dopo la visione.

Ex Libris - The New York Public Library (Concorso), voto 5.5. Wiseman decide di raccontare la New York Public Library, ma lo fa senza dare voce a chi la frequenta e senza un chiaro filo conduttore. Il risultato è un film a tratti comunque interessante, ma molto meno riuscito e incisivo di altri suoi lavori. Qui la recensione completa scritta per Nonsolocinema.

Three Billboards Outside Ebbing, Missouri (Concorso), voto 8.5. Una donna che vuole giustizia per la figlia violentata e uccisa; uno sceriffo con un cancro terminale; un poliziotto dalla dubbia morale e dall'ancor più dubbio acume: questi i protagonisti della splendida commedia nera di  Martin McDonagh, già regista di In Bruges. Commedia nera rischia però di essere una definizione limitante per un film poliedrico come Three Billboards: scritto e girato divinamente, il film unisce anche satira e analisi sociale, e offre un ritratto perfetto e non banale della rabbia dell'America profonda, rispondendo alla domanda "da dove arriva Trump?" molto meglio di tanti sedicenti esperti, senza indulgere in lezioncine morali. Nessuno è completamente buono, nessuno è assolutamente cattivo: la verità, come sempre, sta nel mezzo. Superbi gli interpreti, da una Frances McDormand mai così tagliente e terribile a un Sam Rockwell perfetto nella parte del cattivo idiota in cerca di riscatto, al bel cameo di Peter Dinklage.

The Third Murder (Concorso), voto 7. Un thriller legale con tinte di dramma, che a dispetto della lentezza della narrazione riesce a raccontare con efficacia una storia che unisce tante solitudini in un unico, tragico destino. Kore-eda Hirokazu dimostra la solita sensibilità e grande abilità registica, creando alcune immagini davvero indimenticabili.


Al prossimo telegramma!

Pier

lunedì 4 settembre 2017

Telegrammi da Venezia 2017 - #2

 Secondo telegramma da Venezia 2017, con i film visti in Concorso e nelle sezioni collaterali.


Foxtrot (Concorso), voto 8.5. Si può sfuggire al destino? Partendo da questa domanda vecchia come il mondo Samuel Maoz, già regista di Lebanon, realizza un film che si muove in perfetto equilibrio tra dramma e assurdo, raccontando la guerra e le sue conseguenze con grande creatività e visione registica. Qui la recensione estesa scritta per Nonsolocinema.

Suburbicon (Concorso), voto 7.5. Partendo da una sceneggiatura scritta dai fratelli Coen (la cui impronta è chiaramente visibile) negli anni Ottanta, Clooney realizza un film che ritrae con efficacia le ipocrisie della società americana (e forse non solo), in cui si tende a cercare all'esterno, nell' "altro", un mostro che molto spesso si annida invece nel nido domestico. Uno humor nero di alto livello e le ottime prove degli attori rendono il film ben riuscito, anche se registicamente poco innovativo.

West of Sunshine (Orizzonti), voto 6.5. Un padre con debiti di gioco deve trovare il modo di pagare i suoi debitori in un giorno, e allo stesso tempo prendersi cura del figlio adolescente. Una trama già vista, ma trattata con estrema delicatezza e grande sensibilità (cosa non scontata, visto ad esempio quel polpettone pretenzioso di Somewhere di Sofia Coppola), in un film che diverte ed emoziona senza mai annoiare.

La mélodie (Fuori Concorso), voto 6.5. Il film racconta con efficacia una storia di riscatto sociale attraverso l'arte già vista mille volte, ma non per questo meno importante, soprattutto di questi tempi. Qui la recensione estesa scritta per Nonsolocinema.

Brawl in cell block 99 (Fuori Concorso), voto 7.5. Vince Vaughn è stato una delle poche note liete della seconda stagione di True Detective, e in questo film conferma il suo grande talento per i ruoli da "duro", dando vita a un personaggio ben sfaccettato e a delle sequenze d'azione spettacolari nel loro crudo realismo. Il regista S. Craig Zahler dirige con sapienza un film che, pur avendo i suoi momenti migliori nelle scene d'azione, non si esaurisce in esse, ma sviluppa la sua storia con coerenza e ritmo.

La voce di Fantozzi (Venezia Classici), voto 3. Si può fare un documentario noioso sulla storia di Fantozzi? Apparentemente sì, nonostante il materiale di partenza basterebbe per salvare anche il cineasta più incapace. Qui all'incapacità, tuttavia, si sposa l'arroganza, la pretesa di voler fare un film autoriale anziché concentrarsi sul tema che ci si era prefissi di affrontare: e allora in un documentario che dovrebbe raccontare Fantozzi e Paolo Villaggio attraverso il suo linguaggio e la sua voce, questa voce viene oscurata, nascosta, ridotta ai minimi termini, a favore di interviste senza senso (Fiorello, Travaglio, Michele Mirabella) e delle animazioni pretestuose à la Terry Gilliam che nulla aggiungono alla narrazione.

Al prossimo telegramma!

Pier